5 domande a … Giorgia Petrini, autrice del libro “L’Italia che Innova”

5 domande a … Giorgia Petrini, autrice del libro “L’Italia che Innova”

Chi sono i Side-Leader?

Prima di tutto ti dico che “Side Leaders”, nella mia aspirazione iniziale, avrebbe dovuto essere il titolo del libro che ho scritto che poi, su buon consiglio commerciale del mio editore, è diventato “L’Italia che innova”.

E’ il connubio terminologico ideale (secondo me) per descrivere “giovani leaders di confine”, dove per “confine” io penso alla condizione di ombra o di minor “popolarità mediatica” nella quale tantissimi giovani si trovano a ricoprire ruoli importanti o a mandare avanti nel loro “piccolo” l’economia buona del nostro Paese. Come scrivo nella prefazione del libro, li chiamo “Side” perché si sbattono giorno dopo giorno per fare quello che fanno e perché ognuno di loro proviene da una condizione di partenza “normale”, o “ai limiti del possibile” se preferisci… Storie fatte di sudore, sacrificio, coraggio e volontà (niente cognomi celebri, niente patrimoni di famiglia, niente proclami di accesso al credito bancario), solo tenacia, idee giuste, voglia di fare e di essere più di quello che oggi questo Paese potrebbe apparentemente concederti di fare. In questo senso, quando scrivo di loro nel libro, associo il termine Side Leaders ai testimonial dellesingole storie.

Andando poi verso la fine del mio lavoro, quando l’editore mi ha suggerito il titolo alternativo su “L’Italia che innova”, un po’ mi dispiaceva staccarmi da questo binomio che mi aveva accompagnata per tutta l’estate.

Nello stesso periodo stavo raffinando l’idea di quello che è poi diventato il progetto “Side Leaders”, che come sai ad oggi è un’associazione, quindi decisi di tenere il binomio on going e di usarlo per il nome del progetto e di quello che oggi è diventato ormai un “movimento di cuori, anime e talenti”, come lo chiamiamo noi. Ecco, arrivati qui, posso dirti che oggi i Side Leaders sono giovani di età compresa tra i 18 e i 25 anni che intendono costruire il proprio futuro “partendo da se stessi” e trovando nelle storie del libro una sorta di “futura identità personale”, dei modelli da seguire simili a loro, soprattutto se aspirano a diventare imprenditori di prima generazione o manager e se partono dal più basso livello del famoso ascensore sociale di cui oggi si parla tanto…

Chi sono invece i Side-Hunter?

I Side hunter sono “nati” successivamente al libro e a progetto praticamente ultimato negli intenti. Nel nostro modello, non esiste il recruting “casuale o disorganizzato”. Non aspettiamo (pur non necessariamente escludendolo) che un giovane talento “venga da noi”, ma ce lo andiamo a cercare. Mediamente tutto ciò che esiste ad oggi sui grandi temi dell’innovazione in Italia riguarda processi e operazioni (il più delle volte istituzionali o di marketing) che vedono coinvolti grandi, ma più spesso “piccoli tesori finanziari”, ai quali i giovani si trovano spesso ad ambire il più delle volte senza un ritorno effettivo, che in molti casi dipende proprio dal fatto che ad avvicinarsi a questi tesori non sono i veri talenti ma le “belle idee”, che come sai raramente finiscono col trovare poi un riscontro operativo sul mercato. Dall’hunting Apple (ma ti direi io stessa con la mia azienda) ha largamente tratto una ricca parte dei suoi successi storici, investendo per anni in talento e in know how. I risultati li vediamo ben chiari oggi. I nostri side hunter sono persone (per provenienza, storia, capacità e professione) abituate a riconoscere la migliore innovazione, ad intercettare il talento quando è ancora in uno stato embrionale partendo dai licei o dai primi anni di università, a monitorarlo ovunque sia e ovunque vada, dove l’innovazione c’è e si fa. Sono piccoli “Batman e Robin” che girano in continuazione e in silenzio ovunque ci sia “odore di ottime capacità” e che “portano a casa solo i migliori”, quelli che io chiamo sempre “best and global”… Se ci pensi alla fine della nostra vita ci accorgiamo che la vera scuola che conta è quella elementare, dove impari a leggere e a scrivere, quando non sei ancora laureato e quando non sai ancora cosa farai da grande.

E’ proprio vero che l’Italia non è un Paese per giovani imprenditori?

Non è affatto vero, ma non si può generalizzare. Da un lato manca una componente puramente culturale e generazionale che preclude ai nostri giovani di potersi immaginare oggi futuri imprenditori di domani, soprattutto se sono figli di due operai, cosa che ad esempio in settori come l’high tech non ha nessuna importanza in termini di risultato (cosa che i ragazzi spesso non sanno neanche perché internet e il web nel nostro Paese non sono “materia nota”); dall’altro mancano i necessari strumenti formativi “del fare impresa” che possano trasferire alle nuove generazioni quell’input di auto imprenditorialità necessario a potergli permettere di immaginarsi leaders di un’azienda propria. Non sanno come si fa, nessuno glielo insegna, nessuno ne parla mai e soprattutto nessuno è pronto a trasferire ai nostri giovani dei role models che siano a loro vicini per estrazione, provenienza e contenuto, figli di nessuno, come li chiamo metaforicamente nel libro, che ho scritto anche per questo.

Da noi, l’imprenditore mediamente noto (che non è mai giovane) è l’emblema di un conto in banca a San Marino, dell’evasione fiscale o dell’arricchito perché di fatto quello è il modello che ci viene proposto, nel quale peraltro ingiustamente finiamo tutti, come ho scritto in un “velenoso post” recente sul mio blog. Se io ho 20 anni, e questo è quello che più vedo e penso di capire, perché dovrei ambire a diventare un imprenditore? Stesso ragionamento farei per i manager (nel mio libro ce ne sono 3): se il modello che vedo è quello “delle scalate della Bnl” o del più recente caso di Fastweb, perché dovrei desiderare di fare quello nella vita? Per finire in galera? Poi, se per giovani imprenditori intendiamo gente di 35-40 anni, al governo di aziende alla terza generazione, che magari si può anche permettere di passare la maggior parte del proprio tempo a fare convegni e tavole rotonde, dando al giovane figlio dell’operaio l’ennesimo modello di “irraggiungibilità”, allora si che siamo dei fenomeni anche in Italia!
Battute a parte, capirai bene che i due casi sono estremamente diversi tra di loro e, a mio parere, questo Paese ha fame di nuove imprese, di nuova economia e di giovani talenti che siano anche liberi di poter “sbagliare onestamente”. Dobbiamo uscire dal tema della “sanatoria” che ha distrutto la nostra capacità di poter imboccare una nuova era di progresso e avere il coraggio di rinunciare a “poco di nostro” a favore di “tanto per molti”.

Parliamo della cosiddetta ‘Fuga di Cervelli’, quali armi abbiamo a disposizione per frenarla?

Anche qui tocchi un tema di cui discuto ampiamente nel libro. Il futuro è in mano alle giovani generazioni. Il vero talento “ancora in fasce” è colui che, quasi da solo, è potenzialmente in grado di cambiare l’intero ecosistema di un Paese che progredisce. Mark Zuckerberg, classe 1984, l’esempio sicuramente più noto a tutti oggi grazie a Facebook, è riuscito paradossalmente a ricoprire un pezzo di ecosistema mondiale fatto di persone, economie, professioni e ricchezza sociale. Se si fosse chiamato Marco Zucco e fosse nato in Italia, ci sarebbe riuscito lo stesso secondo te? Io dico sempre che, a mio modo di vedere, il problema non è frenare la fuga di cervelli (per la quale la globalizzazione rappresenta una grandissima opportunità), ma dargli un vero motivo buono e valido per farli restare in Italia.

Ammesso che Marco Zucco avesse inventato Faccialibro qui da noi, che fine avrebbe fatto? Quando ti dico questo il mio pensiero attraversa un mondo tutto italiano che va dalle università, alla legislazione, dalla mancata comprensione di certi strumenti da parte nostra alla incapacità di porsi nella condizione di cercare almeno di trovare il modo per farli diventare un valore aggiunto per il nostro Paese… Non avremo nessun modo per frenare la fuga di cervelli fin quando questi ragazzi non avranno “il desiderio” di restare qui perché sapranno di potersi confrontare con un contesto che ne comprende la dinamica e ne valorizza l’enorme potenziale.

Chi glielo fa fare quando possono girare il mondo con un volo low cost per realizzarsi altrove? Ti rispondo quello che anche nel libro scrivo: non ha senso sforzarsi per cercare di tenerli in Italia fin quando questo Paese non sarà in grado di comprenderne il valore e di conseguenza valorizzarne le capacità. Un altro concetto fortemente legato a questo è proprio quello di interrogarsi sul resto: se i migliori vanno via, più soldi alla ricerca a chi li diamo? Per fare quale tipo di ricerca? Quella che crea nuova occupazione e che lavora per il progresso o quella che “regala” l’algoritmo di Google, scritto da un italiano, a Page e Brinn?

Che consigli daresti ai giovani start-upper italiani?

Quello che dico sempre è di non mollare mai. Se amano il proprio Paese e vogliono restare in Italia non si devono abbattere e devono imparare a credere fermamente nel fatto che la prima cosa importante nella vita è cercare di fare tutto il possibile per fare quello che gli piace e ottenere quello che vogliono. Devono capire che farsi il mazzo senza sapere di che morte morire è il primo elemento che lega realmente la passione alla perseveranza e la possibilità di realizzarsi al raggiungimento del loro più bel sogno. Questi ragazzi molto spesso smettono di sognare già a 20 anni, studiano come secchioni, fanno i master e poi il massimo dell’aspirazione si riversa nel concorso pubblico perché “il posto fisso” è ancora percepito “più sicuro” pur essendo ormai, come tutti sappiamo, mal pagato quasi sempre.

Qualche giorno fa, mentre facevo un seminario sulla leadership alla Sapienza e raccontavo a giovani studenti di economia alcune delle storie del libro, uno di loro mi ha detto: “Ma perché nessuno ci ha mai detto che esiste anche un mondo fatto di altro e di persone così? A me piacerebbe diventarlo…”.

Ecco, questo è quello che oggi a me da un altro motivo per restare qui e per dare quello che posso a questi ragazzi. I giovani start-upper italiani, quelli veri al di la delle mode del momento, hanno bisogno di sognare. Per sognare hanno bisogno di modelli di ispirazione e per rendere concreta l’aspirazione hanno bisogno di crederci. Il problema è che per crederci hanno anche bisogno di qualcuno che sappia rendersi credibile: se la tua storia racconta che tu oggi sei un leader (figlio di nessuno) espatriato da un paesino di 3000 abitanti, e che ce l’hai fatta lo stesso anche in un posto difficile come l’Italia, allora per loro sei il numero 1.

http://www.sideleaders.it/

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maggio 3, 2010 Post Under Interviste - Read More

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